articoli e recensioni

coverNewAlbumread a review on:

MUDKISS / UK
www.mudkiss.com
The Illachime Quartet are a Naples based instrumental set up whose explorations into improvisation have pricked up the ears of various members of the musical cognoscenti, two of which notably contribute to this album.
Opening with “Terminali (Source)”, an instrumental that somehow treads the tightrope between the tranquil and the unsettling, the intense nature of the album is revealed with “Discentro” – featuring vocals and lyrics by the legendary Mark Stewart, towering above techno so ecstatically disjointed it could induce migraines on to the overly sensitive.
Wire’s Graham Lewis (on “Ballrooms – Vivify”) projects the whole direction of the CD to an unnerving area – the composite of his bleak lyrics against the wilfully uncomfortable musical backing from the quartet leaves a sensation akin to wandering into a deserted house where a recent unnatural death has occurred.
The very nature of improvisational music compels it to either rise phoenix-like from the ashes, or spectacularly fall flat on its face – the latter emerging on “Flying Home” – where later on in the piece all elements of cohesion have appeared to have taken flight. Perversely, the standout track is hidden fifteen minutes into the final contribution – “Terminali (Destination)”. This “Ghost” track presents a more controlled, thematic thread to the album – and presents the quizzical novelty of having to fast forward to locate the pick of the bunch.
An intriguing album – and not for the faint-hearted.
Lee McFadden 12/4/09


a review in danish by Rasmus Steffensen on:
GEIGER / DK

www.geiger.dk
I’m Normal, My Heart Still Works, ultimo album dagli italiani Illàchime Quartet (che, tra l’altro, non sono propriamente un quartetto, ma un trio corredato da diversi ottimi musicisti ospiti) è proprio quel che si può chiamare un grosso boccone. Il disco incomincia piuttosto tranquillo con il bellissimo brano di apertura ”terminali (source)”, che, con lo stile di tromba arioso di Rhys Chatham galleggiante su un malinconico piano e colpi di cello assieme a campionamenti dal Requiem di Faurè, potrebbe essere preso dal catalogo di minimalismo jazz meditativo della ECM. Segnalando, ad ogni modo, correnti elettroniche sotterranee cigolanti e inquiete, da potersi sicuramente aspettare piú che una morbida coperta di suono in cui avvolgersi. In punta di piedi si scivola sulla traccia successiva, ”discentro”, in cui poi lo stile svolta, drasticamente, con uno scoppiettante e insistente space rock, dove Mark Stewart dei leggendari The Pop Group collabora alla voce. ”This song is dedicated to those who dare to be different” predica, e l’ Illàchime Quartet ne ha assolutamene il coraggio, ancor più dove la strana, deumanizzata e storpia creatura sulla copertina sta a enunciare: ”I’m normal, my heart still works”. Illàchime Quartet si muove ostinatamente all’esterno dello spartitraffico musicale. La scelta di vocalist come Mark Stewart e Graham Lewis (dei Wire) è embematica per la visione. Qui viene presa chiara ispirazione dai più sperimentali innovatori del rock, dal post-punk al kraut rock, al progressive dei ’70 e primi ’80. Ma qui ci sono anche ricchi riferimenti ai più grandi innovatori di composizioni avanguardistiche, di musica elettroacustica e di jazz come Miles Davis (che viene campionato in “Bottom Sea Enginesî). Con l’eccezione dei due brani in cui collaborano Mark Sewart e Graham Lewis, il gruppo suona muisca strumentale. Si potrebbe quasi parlare di questi brani come di post-rock, ma nell’accezione di un post-rock dei più aperti dove gli elementi non sono irrigiditi in alcun formato, come purtroppo è il caso di tanti gruppi post-rock. Forse ha più senso chiamarlo avantgarde-rock. Illàchime Quartet si butta in un esperimento dopo l’altro, allo stesso tempo consapevoli della tradizione e coraggiosi. Un momento è sporco e pesante, e, in un altro, il gruppo fa uso di colpi letargici e lunghe pause. Osano sia lo scheggiato sia il bello, il nudo e il quasi opulento, ed è una grande forza per il gruppo, che non si sa mai bene come prendere. Il trio è composto dal polistrumentista e maestro del campionamento Fabrizio Elvetico, dal chitarrista Gianluca Paladino e dal viloncellista Pasquale Termini. I nostri lasciano, comunque, molto spazio ad altre voci nel tessuto musicale, traendosi, a volte, quasi sullo sfondo per lasciare spazio alla tromba di Chatham o ai sopraenunciati interventi vocali, oppure campionando a piú non posso da musica classica, jazz e altre fonti sonore. Anche questo li distingue moltissimo dal solito musicista rock che ha fretta di mostrare di cosa sia capace. L’Illàchime Quartet ha, a tratti, quasi il ruolo di una sorta di curatore che raccoglie e mette insieme. Non ci dovrebbe, ad ogni modo, essere dubbio che siano loro stessi degli ottimi musicisti. Non di meno lo stile cellistico di Termini dimostra una ampia gamma di sfumature, da minimalistiche a quasi freejazzanti. I’m Normal, My Heart Still Works è un disco che vuole molto e che osa molto. A volte, comunque, la musica acquista il carattere di una sorta di catalogo delle diverse ispirazioni e dei diversi eroi della band. Si tratta di sane ispirazioni, ma, forse, si sente la mancanza di un’identità un po’ piú distinta del gruppo stesso, qualcosa che tenga il tutto un po’ più legato assieme. La figura in copertina insiste, malgrado il suo scioglimento, sul suo essere comunque umana attraverso la piccola macchia rossa che rappresenta un cuore. L’Illàchime Quartet stesso sembra trovarsi egregiamente nel costante stato di emergenza della fusione, ma, qui e là, si sente mancare un suono piú distinto del cuore pulsante che è dietro tutte le trasformazioni. Io non ho dubbi che ci sia, perció lasciamolo illuminarsi un po’ di più.
(gentilmente tradotto per noi da fed)
(read the original danish review here)
Rasmus Steffensen 13/5/09


recensione su:
ROCKERILLA / IT

numero 15 maggio – 15 giugno
www.rockerilla.com
II quartetto napoletano, più spesso ridotto a trio nei solchi di questo secondo album, è quanto di meglio possa offrire l’avantgarde nazionale più contaminata con l’elettronica: l’improvvisazione acustica (pianoforte, violoncello e chitarra, con eventuale aggiunta di batteria) è un agente infettante di un suggestivo soundscaping che rimanda a una realtà proiettata sullo schermo di un cinema immaginario. Tutto ciò non deve essere passato inosservato oltre confine, considerando i prestigiosi collaboratori che hanno contribuito all’opera: non ultimo il compositore newyorchese Rhys Chatham, che con la sua tromba interrogativa trasporta “Terminali (Source)” nella Mitteleuropa dei Tuxedomoon più incantati, dialogando poi con i ritmi serrati di “Discentro”, saturi di disagio suburbano. Qui le partì vocali sono affidate a Mark Stewart, ma più che al Pop Group vien da pensare al Matt Johnson di Burning Blue Soul. L’elaborata dissonanza di “Ballrooms” feconda una “bush of ghosts” nella quale si fa largo la presenza di Graham Lewis dei Wire, prima che il pianoforte ospite di Salvatore Bonafede si insinui pensoso tra le disturbanti trame industriali di “Bottom Sea Engines”. Il finale del disco ricompone il quartetto in veste completa, con “Flying Home” lacerata tra jazz eurocolto e funk freddo e martellante, e “Terminali (Destination)” che mette in gioco tutto e il contrario di tutto, dal notturno per piano alla no-wave sferragliante, concludendo sulle note di un mesto post-rock.
Enrico Ramunni


recensione su:
RUMORE / IT

numero di luglio – agosto
www.rumoremag.com
A leggere gli ospiti quasi non ci si crede: Graham Lewis dei Wire, Mark Stewart del Pop Group (per l’occasione posseduto da James Earl Jones che presta la voce a Darth Vader) e Rhys Chatham nello stesso disco e per giunta il disco medesimo esce per una piccola coraggiosissima indie label nostrana. La crème della crème della wave di ieri e dell’avanguardia odierna, o poco ci manca. E se a questo aggiungete Salvatore Bonafede il parterre des rois diviene tanto prestigioso quanto eclettico. Solo una sfilata di ospiti (sorge spontaneo supporre a questo punto)? Tutt’altro, il progetto del trio di Napoli – chitarra, basso/tastiere, violoncello ­brilla di luce propria e sfoggia passione da vendere, alla ricerca di un suono perfetto e intriso di matematica, quasi frippiano, generosamente sporcato da forti dosi di impro. Album concettuale, raffinato. ricco.
Emanuele Sacchi


recensione su:
MUCCHIO SELVAGGIO / FUORI DAL MUCCHIO / IT

numero di luglio – agosto
www.ilmucchio.it
Racchiuso in una splendida confezione digipack, con tanto di mini poster allegato (ma non aspettatevi cose da rockstar, piuttosto due immagini sfocate e le spiegazione di un paio di brani), il nuovo album dei napoletani Illàchime Quartet va a colmare uno spazio durato cinque anni: tanti ne sono trascorsi dall’esordio e sette dalla nascita del gruppo, un ensemble aperto che ha l’obiettivo colto di far convivere musica elettronica e strumenti acustici in un insieme sonoro che appare davvero strabiliante per la semplicità con cui viene elaborato e reso accessibile. Ma il merito maggiore è di aver evitato quell’approccio intellettualoide che ammanta spesso questi album di frontiera, in bilico tra sperimentazione, musica da camera e puntate di jazz. Il quartetto partenopeo ha invece dato una forma concreta a suoni e rumori mutevoli del mondo esterno che, come spiegano nella biografia, ispirano le loro composizioni. I brani si impreziosiscono di importanti collaborazioni: in “Discentro” la voce è di Mark Stewart dello storico Pop Group, mentre in “Ballrooms” è Graham Lewis dei Wire ad offrire il proprio contributo, senza dimenticare Salvatore Bonafede e Rhys Chatham, musicisti d’avanguardia divisi dalla provenienza, italiano il primo americano il secondo, ma uniti dalla volontà di spostare i confini del già sentito. Accanto agli ospiti, i titolari Fabrizio Elvetico (piano, basso), Gianluca Paladino (chitarra), Agostino Mennella (batteria) e Pasquale Termini (violoncello), tutti alle prese anche con synth e campionatori, creano il loro viaggio immaginario fatto di musicalità, evitando le secche di una scrittura algida, come troppo spesso accade nei sentieri della nuova (e vecchia) musica “contemporanea”. Ascoltando le improvvisazioni che avanzano di pari passo con momenti più logici, gli Illàchime Quartet svelano il volto umano di certe sonorità innovative o presunte tali. Un viaggio affascinante che si è rivelato molto meno ostico del previsto, senza mai perdere però in tensione narrativa e originalità della proposta.
Gianni Della Cioppa
per leggere tutta la recensione vai qui


spot on / disco del momento su:
COMUNICAZIONE INTERNA / IT

leggi l’intera recensione qui
Chi già li conosce dai tempi del loro validissimo omonimo disco d’esordio autoprodotto (anno 2004), sa che dietro la sigla Illàchime Quartet non si cela un quartetto rigidamente strutturato, ma il duo partenopeo Fabrizio Elvetico (piano, tastiere, basso, campionatore) e Gianluca Paladino (chitarre), adesso stabilmente affiancati dal violoncellista Pasquale Termini (e siamo ad un trio) e in realtà sempre ben disposti ad accogliere contributi esterni (di fatto la band può ormai essere considerata un vero e proprio collettivo aperto). In “I’m normal, my heart still works” poi, gli ospiti sono davvero di gran lusso, dato che in scaletta troviamo niente meno che Mark Stewart (sì, proprio il Mark Stewart del Pop Group e dei Maffia) al microfono in “Discentro” insieme alla vocalist Rossella Cangini, Rhys Chatman alla tromba in due episodi, Graham Lewis dei Wire responsabile di liriche, voce e trattamenti digitali in “Ballrooms”, Salvatore Bonafede al pianoforte, Dario Sanfilippo a dare il proprio contributo elettronico nel pezzo di apertura, Carlo di Gennaro, Antonio Battista e Agostino Mennella ad alternarsi alla batteria. Il risultato amplifica ed ispessisce le soluzione sonore del debutto – già brillantemente sospese tra classica contemporanea, free-jazz e post-rock – e nello stesso tempo le scarnifica, le spolpa, le sottopone a continue abrasioni. Stupisce in particolare l’attitudine degli Illàchime Quartet ad attingere da linguaggi musicali (almeno apparentemente) distanti tra loro, trovando inediti punti di intersezione tramite un vivido spirito improvvisativo, e così i pezzi di “I’m normal, my heart still works” sono delle creature ibride difficilmente etichettabili, penetranti nel nostro immaginario avant-rock eppure sguscianti ed imprevedibili, astrattamente sospese in un limbo atemporale eppure capaci di graffiare le ossa e tendere i nervi dell’ascoltatore. Più nel dettaglio: “Terminal (source)” prosciuga un fondale morriconiano da qualsiasi slancio epico-melodico e lo mantiene illuminato tramite bagliori elettro-acustici; “Discentro” è una mordace canzone post-punk che ogni volta svela nuovi sorprendenti dettagli (ritmi drum’n’bass alimentati anche dal violoncello, la tromba nel finale a far collassare la voce di Mark Stewart…); il glaciale mantra dub-wave di “Ballrooms” potrà ricordarvi dei Talking Heads spiritati o dei Tuxedomoon febbricitanti, ma probabilmente il paragone più centrato sarebbe con i nostrani Militia; “Bottom sea engines” lascia scivolare note di pianoforte su un tappeto di bleeps e ronzii elettrici; l’ispido guscio electro-rock di “Flying home” racchiude singhiozzi jazz ed infine “Terminal (destination)” è una lunga suite che taglia partiture di musica da camera tramite scorticamenti impro, sibili ambient, frattaglie noise e palpitazioni glitch. Questo il fertile presente, e data l’indole sperimentale del progetto è facile immaginare che ulteriori approdi e nuove derive attendano gli Illàchime Quartet nell’immediato futuro.
Guido Gambacorta 25/05/2009


recensione su:
IL TIRRENO / IT

leggila anche qui
Eccolo finalmente l’atteso nuovo album firmato Illàchime Quartet. L’ensemble napoletano, dopo un ottimo esordio, aveva fatto perdere le proprie tracce, salvo tornare in una recente compilation della francese Bip-Hop, preludio a questo “I’m Normal, My Heart Still Works”, licenziato dalle ottime Fratto9 e Lizard. Un disco che, già per gli ospiti, è un piccolo evento: Mark Stewart (Pop Group), Graham Lewis (Wire), il compositore d’avanguardia Rhys Chatham e il jazzista Salvatore Bonafede. Il gruppo fondato da Fabrizio Elvetico e Gianluca Paladino è al meglio, in quattro anni ha ben focalizzato le idee e stupisce ancora: resta sempre una caratteristica predominante il saper coniugare le più varie ispirazioni, tra rock, classica ed elettronica, con campionamenti di musica popolare e jazz. Tentare, grazie anche ai superospiti, la strada della forma-canzone è però un’altra scelta che viene premiata dalla bontà del risultato. Affascina il contrasto tra le ritmiche e il placido suono del pianoforte, e poi l’uso dei rumori dell’ambiente circostante e detriti digitali, mentre la composizione non imbriglia mai l’improvvisazione. Un grande disco.
Guido Siliotto 14/04/2009


recensione su:
GLASSHOUSE / IT

leggi la recensione completa qui
(…) Eccola la tanto mitizzata era dell’acquario. Eppure non è così diversa dall’era dei pesci. I suoni saranno dilatati e modulari. Ecco quali termini possono essere adatti agli Illachime Quartet. Dilatati e modulari. Possiamo facilmente settare il nostro immaginario sulla musica del futuro sui loro suoni. Una nuova interfaccia musicale. Il loro nuovo lavoro “I’m normal, my heart still works”, che vede la collaborazione di artisti del calibro di Rhys Chatman e Mark Stewart è una delle produzioni più belle dell’ultimo decennio. (…)
Gianmarco Lodi 17/09/2009


recensione su:
ROCKIT / IT

leggila anche qui
(…) Dentro troviamo una musica quanto mai colta e raffinata. Con mentalità progressive si contamina coscientemente il minimalismo, l’elettronica, la classica, l’ambient più scura e gotica. Tutto si regge su una dorsale quanto mai libera e frastagliata, dai confini transitori. In questo loro lavoro di giustapposizione si fanno aiutare anche da parecchi ospiti, alcuni dei quali molto titolati. Ad esempio in “Ballrooms” la voce di Graham Lewis dei Wire, regala un felice intervento dall’aria new-wave e decadente, facente riferimento proprio alle sonorità di ricerca inglesi fine ’70, siamo quasi in zona del baccanale futurista dei Roxy Music. Invece in “Discentro” due campioni dell’experimental più puro come Mark Stewart (Pop Group e molto altro) e Rhys Chatman aggiungono tinte fosche e mood industriale ad un brano che già in partenza occhieggiava ai Clock Dva (o anche i nostrani Tasaday), il pezzo si chiude con il bell’assolo vocale di Rossella Cangini. Musica intellettuale ma colma di fascino. È ancora una volta la sublime città barocca continua a stupirci con la sua arte sincretica e totale.
Marcello Consonni 28/05/2009


recensione su:
SALTINARIA / IT

leggila anche qui
Per chi ha amato dischi come “Desire” e “White Souls In Black Suits” gli Illàchime Quartet sono come una manna nel deserto, caduta lì, non a caso, per colmare un vuoto lungo anni. Dopo aver atteso il seguito di brani quali “Monopolio della noia” e “Silos”, “I’m Normal, My Heart Still Works” è qui ad indicare la strada di una oscura luce rivelatrice. Fabrizio Elvetico e Gianluca Paladino sono accompagnati, in questo nuovo viaggio, da Pasquale Termini al cello e keyboards; l’album è stupendamente visitato da ospiti del calibro di Rhis Chatman, Mark Stewart, Salvatore Bonafede, Graham Lewis. Le atmosfere si amalgamano, correlando una scia di tensione e pace, post-rock e musica concreta, ambient e elettronica: caos d’improvvisazioni e peregrinazioni free-jazz. Così questo nuovo episodio si dipana in sei suite per riti magici, utili a sconfiggere il paradosso post-moderno dell’annullamento identitario dell’essere umano. Se oggi in qualche modo siamo orgogliosi di essere italiani, lo dobbiamo anche a questi signori che ci onorano della loro arte senza nulla chiedere in cambio: solo un ascolto attento, frastagliato da scorci di autodisciplina rigorosa, in una stanza, e fuori, sola, la natura morta di una metropoli rumorosa.
Giuseppe Bianco 30/06/2009


cinque stelle a “i’m normal..” su:
NOVAMUZIQUE / IT

leggi l’intera recensione qui
Recensire un nuovo lavoro di casa “fratto 9 under the sky” è sempre un’impresa ardua ed eccitante. A che serve dirvi che a questo progetto di Fabrizio Elvetico e Gianluca Paladino, nato nel 2002 a Napoli, hanno partecipato, tra gli altri, icone umane come “Mark Stewart (voce storica del Pop group e dei Maffia), Graham Lewis (basso e voce dei Wire), Rhys Chatham (esponente dell’avanguardia newyorchese più contaminata) e Salvatore Bonafede (uno dei più apprezzati jazzisti italiani)”? Dovrebbe bastare ma… I territori in cui “i’m normal, my heart still works” si muove sono quelli dell’avanguardia strumentale più pura (versante David Shea per intenderci). Partiamo quindi da presupposti che vogliono ed esigono un ascoltatore non convenzionale, come l’architettura sonora stessa proposta da questo geniale duo partenopeo. Si naviga attraverso suggestioni elettro-jazz, composizioni deviatamene pop (degne del miglior David Byrne+Brian Eno), strutture cinematiche ed una componente d’improvvisazione che contribuisce a rendere l’opera inclassificabile. La sovrapposizione assennata di elementi sonori e stili musicali variegati permette diversi livelli di ascolto proponendo un’insolita stratificazione emozionale del suono. Un disco libero e liberatorio che fa dell’ascolto uno dei diritti fondamentali del fruitore esigente. Un capolavoro di jazz-rock moderno coltamente punk che annovero tra i dischi più stimolanti del 2009 e che merita meno parole di quanto ne abbia già scritte e… tanti tanti fottutissimi goduriosi ascolti!
numero 23, maggio 2009


recensione su:
SANDS ZINE / IT

leggi l’intera recensione qui
Inutile negare come i quattro nomi in copertina (con tanto di piccolo refuso) facciano accendere nella mente dell’ascoltatore più di una campanella: Mark Stewart e Graham Lewis riportano alla prima gloriosa ondata new wave, Rhys Chatham al minimalismo ed alla no-wave, Salvatore Bonafede al jazz nostrano. Tutto questo in qualche modo finisce per essere incorporato nelle tracce di “I’m Normal…”, ma sarebbe davvero troppo riduttivo attribuire eccessivi meriti a coloro che in fondo “non sono altro che ospiti”. Bellissima quindi l’apertura di Terminali (Source), con la tromba di Chatham in primo piano e sommessi suoni elettronici sullo sfondo, che con il grandioso violoncello di Gianluca Paladino disegnano un quadro sofisticato ma godibile che ricorda i vecchi Tuxedomoon. Arriva dunque come un pugno nello stomaco la cavalcata elettronica di Discentro, in odore di Wire periodo “Send” e quindi di elettronica fine anni ’90, debitrice all’EBM di scuola canadese (sarà poco raffinato dirlo, ma a me vengono in mente i Frontline Assembly), con la voce di Stewart sguinzagliata dietro a una ritmica quasi dance. Ci si riavvicina poi gradualmente a territori più vicini al jazz con Ballrooms, sebbene la ritmica e la voce filtrata di Lewis riportino molto ancora ai Wire (della fase “A Bell is a Cup”) e ad alcune prove di Nils Petter Molvaer, ma è il finale swingato e travolto dai riverberi che ancora con il violoncello (ora di Pasquale Termini) si distende per poi riprendere la sua cavalcata. È poi il piano di Bonafede a farla da padrone nella successiva Bottom Sea Engines, che dopo una lunga intro rarefatta vede entrare ancora una ritmica più consistente che si spegne in un finale malinconico e rassicurante. Interessanti i fraseggi di Flying home, con la batteria ‘umana’ di Agostino Mannella a svisare quasi frenetica su chitarre e violoncello. Chiude Terminal (destination), pacifica ma con momenti di massimalismo, forse il pezzo più ‘classicamente’ jazz rispetto a tutto il resto del disco, che nel complesso riesce senza difficoltà a restare in glorioso equilibrio tra la così detta musica colta o d’accademia e le suddette influenze portate (non solo) dagli ospiti, mantenendo una forte impronta elettronica. Neo principale è forse un suono complessivo che risulta comunque un poco datato, credo essenzialmente a causa della produzione piuttosto carica di effetti e dei samples percussivi (a tratti pericolosamente vicini alle cose dell’area della nostra pur gloriosa Minus Habens) e di quell’inevitabile ancoraggio alla tradizione dal quale spesso musicisti bravissimi come i nostri Illàchime faticano a staccarsi. Nonostante questo, un disco riuscitissimo, da ascoltare e da avere. PS: Molto bella la confezione e del tutto superflua ma divertente la ghost track, che riprende un celebre tema che vi lascio scoprire…
Matteo Uggeri 10/08/2009


recensione su:
MARQUEE MOON / IT

Attentissima produzione, collaborazioni eccellenti ed un taglio decisamente colto ed elegante. “I’m Normal, My Heart Still Works” è un’entità polimorfa ed astratta che in seno ospita diverse anime e che sembra sgomitare nervosamente per cercare il proprio posto a cavallo dei diversi generi . Al crocevia tra post-rock e free jazz avanguardistico ma con un tocco proprio , anche grazie al contributo di ospiti del calibro di Mark Stewart, Rhis Chatman, Salvatore Bonafede e Graham Lewis. Insomma, un disco dai cofini ben più ampi rispetto alla media della produzione italica. Niente da eccepire per quanto riguarda la forma…anche se la sostanza non è proprio per tutte le orecchie.
Michele Pollice 07/08/2009


un’altra recensione, di simone fratti
Il progetto Illàchime quartet è l’ennesima conferma che l’avanguardia italiana esiste, scalcia e non vuole perdere tempo. Da un solida unione artistica nasce un disco consapevole e di forte carattere che riesce a rimanere sempre leggero e in equilibrio tra l’ambient concreta, l’ elettronica minimale e il jazz di avanguardia. I’m normal, my heart still works ha molte stanze e diverse sfaccettature tutte rivolte verso una luce creativa che si moltiplica ad ogni ascolto. Ogni traccia, ogni minuto cela suoni nascosti, intimi e lontani. Gli intrecci armonici tra violoncello, piano, chitarra e sintetizzatore sono magistrali, rifuggono dal virtuosismi e, consapevoli della loro direzione, scappano dalle definizioni. La base elettracustica pone solo la base per dare respiro all’elettronica colta e intelligentemente. Le sorprese sono racchiuse nel piccolo, nel nascosto nello stridolio e nella poesia. Questo è un disco da esplorare intimamente. La sensazione è che siamo presenti a perfette colonne sonore dove la voce narrante ci accompagna in luoghi dolcemente perduti nel tempo e nella memoria. La sospensione e il silenzio sembrano essere punti cardine del lavoro degli Illàchime quartet. Ogni angolo dolce o tagliente viene prolungato fino a infrangersi nel drammatico e avvolgente silenzio. Ad aumentare il peso concettuale e artistico del disco sono gli ospiti-guru che partecipano alla realizzazione di alcuni brani. Nomi leggendari della sperimentazione passata e presente come Stewart, Lewis, Chatham e Bonafede mettono il loro riconoscibile marchio sulle tracce già curatissime degli Illàchime quartet.
Simone Fratti


recensione su:
BLOW UP MAGAZINE / IT numero di maggio

A distanza di cinque anni dalla prima uscita, torna l’ensemble napoletano Illàchime Quartet, con un album che conferma in pieno quanto di buono i fondatori del progetto, Fabrizio Elvetico e Gianluca Paladino, avevano fatto vedere in precedenza. Con un parterre royal di ospiti (Mark Stewart, Graham Lewis, Rhys Chatham, Salvatore Bonafede) che contribuisce e arricchisce di composite striature gli incastri cameristici approntati dal quartetto, l’album si dipana nel segno di un suono proteiforme in cui trovano sintesi spinte eterogenee, divagazioni louisvilliane ed agili fraseggi impro-jazz, sinistre illuminazioni d’ambiente ed articolate progressioni elettroacustiche.
Leandro Pisano


recensione su:
VELVET GOLDMINE / IT

Illàchime Quartet è un progetto strumentale, “aperto” a collaborazioni, di Fabrizio Elvetico, Gianluca Paladino e Agostino Mennella; “I’m Normal, My heart Still Works” è il secondo album e si avvale di aiuti notevoli da parte di Mark Stewart (Pop Group), Graham Lewis (Wire) e Rhys Chatham. Questo gruppetto di persone riesce, come promesso, a coinvolgere e sedurre l’ascoltatore con una musica elettronica unita a strumenti classici, sample d’ogni sorta e registrazioni varie. “Terminal (Source)” è l’ingresso per l’esperienza sonora, Chatham inserisce la sua tromba sulla musica di un piano per portarci ad un soundscape jazzato. “Discentro” viene declamata e dedicata dalla voce dei Wire, l’elettronica è più presente e registrazioni vocali donano elio all’ambiente circostante. “Flying Home” è un crescendo cerebrale, da ascoltare ripetutamente, prima d’imbattersi in “Terminal (Destination)” dove le calme piatte del piano si scontrano con le variazioni dell’intero ensemble, come se ci fosse una rivoluzione musicata. La traccia fantasma, essendo nascosta, non ve la voglio svelare; andate ad acquistarlo, fate la stessa prova che il gruppo in continua evoluzione chiede a voi come ascoltatori. Da lasciar scorrere, da riprendere e da rifletterci sopra.


recensione e intervista su:
k_logo_type

 

 
La griffe Illàchime Quartet nasce nel 2002 con un’idea di base tanto decisa quanto aperta all’esterno. Un progetto strumentale destinato ad unire musica elettronica e strumenti acustici, fra elettricità variegata e rumori ambientali. Su queste fondamenta la scelta è costruire: magari con la voce, più spesso tramite improvvisazioni dei protagonisti, sempre cercando il coinvolgimento dell’ascoltatore attraverso esperienze sonore anti-convenzionali e, potenzialmente, con notevole tasso cinematico.
I’m Normal, My Heart Still Works è il secondo album ufficiale del combo, escludendo la partecipazione ad una compilation della Bip_Hop Generation Series. Il lavoro, diviso in sei parti (ed una nascosta), spiazza fra aperture jazz ad alto livello di libertà e reiterati atteggiamenti d’avanguardia: giocando molto con la testa, ma ancor di più con lo stomaco. La sostanza alterna istanti quasi trattenuti (il piano in Terminali (Destination), altri lancinanti (lo stesso brano nelle incessanti e frequenti variazioni), sfoghi impellenti vissuti da un’attitudine punk intransigente per visceralità (l’ottima Discentro) ed ipotesi di modernariato cerebrale (Flying Home). Il tutto sfruttando collaborazioni oltremodo eccellenti: da Mark Stewart (Pop Group) a Graham Lewis (Wire), passando per Rhys Chatham (espondente dell’avanguardia newyorchese) e Salvatore Bonafede. Alla fine il viaggio rischia di far esplodere il cervello per straniante godimento. Roba rara oggi.
Marco Delsoldato 10/04/2009


recensione su:
ONDAROCK / IT

www.ondarock.it
Illachime Quartet è, in origine, l’invenzione di un duo di Napoli (Fabrizio Elvetico e Gianluca Paladino), un progetto aperto che ingloba guest ad hoc, da Carlo Di Gennaro a Drummond Petri, a Mimmo Fusco. Questa formazione registra il primo “Illachime Quartet”, un disco in cui la tradizione post-rock di Louisville serve all’ensemble come scusa per cercare un ambizioso remix degli stereotipi italici di serie B. Tanto cerebrale quanto sentimentale (e pure barocco), il disco annovera gli 11 minuti di noir, musica industriale e da camera di “Monopoplio della noia”, la musique concrete demonica equatoriale-industriale di “Cortile in Mockba”, le sincopi funeree a base di minimalismo astratto di “Pale Fire”, e l’ambience ipnotico, spezzato e ribollente di “Silos”. Queste quattro composizioni costituiscono un caso limite della musica rock italiana: l’affare digitale s’impasta di piano romantico e loop, distorsioni e quant’altro (non così distante dai Faust o dai nostrani Starfuckers), per approdare a una nuova impostazione di serenata ambientale. Dopo tre nuove (e inferiori) composizioni che figurano nel nono volume della compilation “Bip-Hop Generation”, l’ensemble (che vede l’entrata in pianta stabile di Pasquale Termini) alza notevolmente le pretese in “I’m Normal, My Heart Still Works”, prodotto da Fratto9. Il disco prevede guest eccellenti. In “Terminali (Source)” Rhys Chatham pennella una soundscape a mo’ di puro ricettacolo, che ospita campioni, frammenti armonici di ogni genere, note vaganti, effetti elettronici e loop, con calma ieratica alla Talk Talk. “Discentro” è al limite della carta bianca per le ospitate: i vocalizzi di Mark Stewart, i beat di Graham Lewis, le scudisciate ambient-Om di Chatham. Il panneggio è comunque potente, tanto in “Bottom Sea Engines” (sovrapposizioni dadaiste di piano, battiti spediti e twang dissonanti, e quindi un jazz-rock cervellotico altamente instabile), quanto in “Terminali (Destination)”, una sonata con tremori di sfondo e strappi mostruosi che si dà a un tango stanco dissonante che sfuma e riprende, mentre la chitarra intona accordi bluesy. Episodio a sé stante, “Flying Home” si permette di tentare un ponte di collegamento tra il Tied & Tickled Trio, le waste land di Charles Ives e lo sciamanesimo di Pharoah Sanders. Appurata la crescita compositiva, la maturazione delle loro guarnizioni astratte e un certo abbandono della ambizioni personali in luogo dell’atmosfera, l’irrobustito trio ha a che fare ora con una questione più che altro logistica. Non solo musica, ma anche organizzazione, croce e delizia di un progetto non più aperto, ma apertissimo, virtualmente sconfinato. Ci riescono bene. La statura è intatta, persino tardo-romantica, persino naif (ma con sofisticazioni professionali). Gianmaria Aprile di Fratto9 riceve l’immane testimone e taglia il traguardo. Altri interventi: Agostino Mennella (in “Terminali (Destination)” e “Flying Home”), Carlo Di Gennaro (in “Ballrooms”), Dario Sanfilippo (in “Terminali (Source)”), Rossella Cangini (seconda voce complementare a quella di Mark Stewart in “Discentro”), e Salvatore Bonafede (il piano di “Bottom Sea Engines”).
Michele Saran 19/04/2009
vai qui per leggere l’intero articolo


recensione su:
SODAPOP / IT

www.sodapop.it
Credo che pochi di voi lo ricordino o l’abbiano mai sentito, ma un bel po’ di tempo fa questi ragazzi campani avevano partorito un disco molto carino e vado molto orgoglione di averlo recensito per l’ormai defunta Post-it?. Ad ogni modo, ricordo perfettamente che a suo tempo parlando con Gianmaria (il boss/factotum della Fratto9 e gran capoccia di Post-it?) convenivamo sul fatto che fossero un buon gruppo e che si distaccavano parecchio dalla media delle cose italiane del periodo. A distanza di tempo gli Illachime ritornano e Gianmaria, invece di fermarsi alle parole come me, ha dato seguito con i fatti stampandogli il disco nuovo… e che gran bel lavoro! Incominciamo subito elencando gli ospiti illustri come Mark Stewart (Pop Group, Maffia), Graham Lewis, Rhys Chatham, Salvatore Bonafede oltre ad altre comparsate di gente più o meno conosciuta, resta che nella sostanza il gruppo restano Fabrizio Elvetico, Gianluca Paladino e Pasquale Termini. Strumenti di tutti i tipi anche se la base restano batteria, strumenti a corde vari, tastiere, pianoforti e voci… post-rock quindi No, facciamo che se andate a cercare su un manuale della musica rock, post, etc. vi toccherà andare ad un attimo prima della genesi del post, infatti i partenopei si sono spostati ad un attimo prima che molte idee del circuito post-punk, post-jazz, post-dio-solo-sa-cosa influenzassero molti musicisti rock. Nell’ascoltare questo disco ho trovato più punti i riferimento in certe cose dei primissimi Material, del Pop Group di molto avant-jazz del giro zorniano/laswelliano, quello che di solito raccoglieva intorno a questo o a quel musicista sia che esso fosse Jim Stanley o David Moss, gente come Arto Lindsay, Ikue Mori, Zeena Parkins, Elliott Sharp, Robert Musso (da non confondersi con Johnny Mussa). Poi in realtà quello che ho detto è un po’ limitativo come descrizione del lavoro intero, infatti nelle tracce di questo CD c’è molto di più: jazz storto, cantautorato obliquo e arrangiamenti quasi cameristici. Mediamente le melodie e le atmosfere sono parecchio cupe e resta quell’alone vagamente krautesco ed anni Ottanta che non sta per nulla male. Avete capito bene, anni Ottanta, ma non con le tastierate Duran Duraniane, roba synth pop o giù di lì, parlo di circuito off americano e inglese del periodo, spruzzato di musica elegante. Bel disco, molto particolare e che per quel che mi riguarda conferma tutto quello di buono che avevo pensato la prima volta che avevo sentito il gruppo.
Andrea Ferraris 26/03/2009
vai qui per leggere l’intero articolo


recensione su:
KATHODIC / IT

www.kathodik.it
Per gli appassionati delle sonorità che negli anni ’90 sono nate a Chicago e che erano in cerca di un’evoluzione del post rock, la soluzione sono gli Illàchime quartet. Questo è un progetto nato attorno a Fabrizio Elvetico (pianoforte, elettroniche, basso elettrico) e Gianluca Paladino (chitarra e campionamenti), napoletani, che attualmente, per formare il quartetto, si sono fatti affaincare da Pasquale Termini (violoncello e sintetizzatore) e da Agostino Mennella (batteria ed elettroniche). A questo disco, inoltre, hanno collaborato diversi musicisti internazionli, tra cui Mark Stewart, voce storica dei Maffia e del Pop Group e Graham Lewis, voce e basso dei Wire. L’evoluzione del post rock in questo disco si struttura in una musica da camera molto complessa e variegata, con continui cambi di registro stilistico, trovate cerebrali e avvolgimenti musicali. La musica da camera è qui intesa, non solo grazie a strumenti classici come il violoncello e il pianoforte, ma soprattutto, in virtù di un’elettronica che crea gli ambient sonori, o meglio dei tappeti su cui poi gli altri strumenti delicatamente o bizzarramente si lasciano andare a circumnavigazioni improbabili. A volte il post rock si fonde o lascia spazio a derive jazz (Bottom sea engine), altre si intravedono le fredde sonorità tanto care ai Battles (Ballrooms). La musica di questo brillante quartetto si sposerebbe molto con il cinema, data la visionarietà di cui è intrisa, ecco a questo disco, ciò che manca è proprio un film, magari di David Lynch.
Vittorio Lannutti 15/05/2009
vai qui per leggere l’intero articolo


recensione su:
HATETV / IT

www.hatetv.it
Nel quartetto napoletano l’espressione della forma in tutte le sue sfaccettature prende vita fino al compimento della personale esperienza sonora. Esperienza che attinge suggerimenti da strutture corpose e studiate, e improvvisazioni ora roboranti ora minimali, sempre al confine tra l’acustico meno elaborato e l’elettronica più sosfisticata. Difficile o quasi impossibile riuscire a dedicarsi ad un brano alla volta e cercare di “interpretarlo”… quello degli ILLACHIME è un viaggio complesso fatto di molteplici elementi che compongono piano piano un articolato filare musicale. Apparentemente confuso, ma perfettamente congenianto per realizzare i manufatti per il quale è stato progettato e costruito, I’m Normal, My Heart Still Works è poprio paragonabile a questo: una complesso macchinario del passato, sempre attuale che ancora oggi funziona e lo farà (o meglio lo farebbe) per sempre. Ma a chi non è esperto, un oggetto così complesso con all’interno centinaia di fili può solo affascinare, oppure spaventare (o addirittura entrambe le cose), ma è certo che nel momento in cui vediamo il prodotto finito e realizzato rimaniamo stupiti e rapiti dalla maestria di chi lo usa, e ripensiamo alla genialità di chi ha potuto progettare e costruire uno strumento così sofisticato. Ad arricchire il pregiato macchinario tanti “plug in” noti e importanti: Agostino Mennella (Terminali (Destination) e Flying Home), Carlo Di Gennaro (Ballrooms), Dario Sanfilippo (Terminali (Source)), Rossella Cangini e Mark Stewart (Discentro), e Salvatore Bonafede (il piano di Bottom Sea Engines). Un lavoro fine, elegante a cavallo tra passato e futuro.
Anuar 18/05/2009
vai qui per leggere l’intero articolo

coverBipHopreviews on:

THE MILK FACTORY / UK
February 2009
go here to read the entire review

(…)Andrey Kritchenko and Illàchime Quartet display some electronic-infused pieces, the former through extremely delicate and fragile compositions for acoustic guitar and field recordings, the latter via much more openly angular pieces, Cluster Pt. 1 and 2 in particular bringing to mind images of Autechre circa LP5 experimenting with avant-garde classical composition.(…)

 


EXPERIMUSIC / UK
November 2008
go here to read the entire review

(…)This repose is destroyed however by Italy’s Illáchime Quartet and their jarring, sci-fi tinged cinematics. ‘Cluster’ and ‘High Noon Electric’ are songs which creep by in a darkness of hidden tension; spacey electronic bleeps and pulses, futuristic synths, chromatic piano and a metallic electric guitar having a fit somewhere off in the distance all fuse together to chart the aftermath of some kind of scientific research centre calamity. With these tracks, the Quartet provide another unexpected change of scenery, and yet another very strong and expressive showing.(…)
(Simon Chandler)


GEIGER / Denmark
November 2008
go here to read the entire review

(…)Mindre poetisk, men absolut ikke mindre opfindsomt går Illàchime Quartet fra Italien til værks i deres elektroakustiske collager, der blandt meget andet trækker på jazz, klassisk og filmmusik.(…)


QUIET NOISE / Germany
November 2008

(…)Einen undefinierbaren Bastard aus relaxter Improvisation und moderner Komposition wiederum steuert das italienische Illàchime Quartet bei, ein echtes Highlight, bevor gegen Ende das Klavier im Mittelpunkt steht.(…)
(Tobias Bolt)

DE:BUG / Germany
December 2008

..


COMUNICAZIONE INTERNA / Italy
March 2009
go here to read the entire review

(…)Il testimone passa quindi ai “nostri” Illàchime Quartet, davvero molto creativi in Cluster pt. 1 (con “Cluster pt. 2” a fungere da sulfurea appendice) – là dove il filo narrativo rappresentato da una partitura di classica contemporanea viene annodato, dipanato, aggrovigliato dalla continua intrusione di bleeps, tartagliamenti ritmici e frattaglie ambientali – ed assolutamente emozionanti in “High noon electric”, un brano dalle forti tinte cinematiche che elegge il contrabbasso ad attore protagonista.(…)


IL TIRRENO / Italy
January 2009
iltirreno.repubblica.it
Bip-Hop è il nome di un’etichetta francese da tempo dedita alla musica elettronica nelle sue più varie sfaccettature. Per testimoniare questa attività, giunge al nono volume la serie “Bip-Hop Generation”, specchio di alcune delle migliori realtà di questo settore. I nomi prescelti sono tutti di primo piano, a conferma di un impegno mirato e di spessore. Si va dal jazz all’ambient, privilegiando le contaminazioni, anche quelle più ardite. Nelle prima parte, ottime prove dei tedeschi Kammerflimmer Kollektief, col solito jazz-noir, e del duo britannico tromba-batteria Spaceheads, in ottica funk ampliato alla partecipazione del contrabbasso del francese Vincent Bertholet. Due brani anche per l’elettroacustica dell’ucraino Andrey Kiritchenko, mentre una lunga traccia a testa è la testimonianza del piglio sperimentale del pianista austriaco Adrian Klumpes (noto anche per i suoi Triosk) e dell’accoppiata Hauschka (piano) / Antenna Farm (elettronica). Menzione speciale per i partenopei Illàchime Quartet, che dimostrano ancora una volta di saperci fare eccome nella sintesi tra classica, jazz ed elettronica, per i quali attendiamo con sempre maggiore impazienza l’ormai imminente seguito al magnifico cd d’esordio uscito qualche anno fa. 
(Guido Siliotto)


compilationZaumWebnew review on:

TEXTURA / CANADA
September 2009
go here to read the entire review