Illachime quartet
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Filed under Recensioni, Soundtrack 2019

intervista su Tuttorock

A poco più di un mese dalla pubblicazione del loro ultimo album ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con gli Illachime, storico gruppo free-form di Napoli, per parlare appunto del nuovo lavoro discografico e di molto altro.
E allora eccoli qui esordire sulle pagine di TuttoRock nell’intervista che trovate qui di seguito:

Lo scorso 7 Giugno è uscito il vostro quarto album “Soundtrack (For Parties on The Edge of Void)”, ispirato al film con Jack Nicholson “Cinque pezzi facili”. Come nasce l’idea del disco e in che modo arriva l’ispirazione da quella pellicola?

Gianluca: inizialmente il disco sarebbe dovuto uscire nel 2017 per festeggiare i primi 15 anni di Illachime quartet e doveva contenere esclusivamente nostri lavori originali di musica per film e sonorizzazioni. Successivamente anche grazie al supporto organizzativo e logistico de l’Asilo il progetto è diventato molto più ricco, complesso e articolato, permettendoci di inserire un’intera Parte B fatta di momenti improvvisativi registrati live in teatro. Per fare questo abbiamo impiegato altri due anni e il disco è quindi uscito nel 2019. Abbiamo iniziato a ragionare quasi cabalisticamente sul numero dei pezzi da inserire per avere una coerenza tra le due parti. A questo punto è spuntata naturalmente la prima ispirazione ai five easy pieces. La parte A risulta essere diversa compositivamente e a livello sonoro rispetto alla nostra precedente produzione. Trattandosi di musica composta conto terzi abbiamo lavorato su immagini e indicazioni che spesso ci venivano suggerite. Successivamente per il disco abbiamo ripreso in mano tutte le vecchie versioni e le abbiamo riarrangiate integrando altre parti ex-novo e inserendo una big band di ottoni, legni, vibrafono, contrabbasso eccetera. In questo ci abbiamo messo molto delle nostre passioni per le colonne sonore dei grandi film italiani degli anni ‘60-’70, Trovajoli, Morricone, Piccioni, Rota. Un altro riferimento al film di Rafelson riguarda l’idea di andare via per tornare a casa a ritrovare le proprie radici, come anche la difficoltà che in questi tempi folli si trova nel portare avanti progetti artistici originali e alternativi al mainstream.

L’album è stato realizzato nel teatro dell’Asilo di Napoli. Potete raccontarci come è avvenuto il tutto, e parlarci di quella fucina di arte e cultura che è appunto l’Asilo?

Fabrizio: tanto per cominciare, diciamocela tutta: se non avessimo incontrato l’Asilo, non saremmo tornati né a suonare dal vivo né a registrare assieme. Nel 2015 era uscito Solchi Sperimentali Italia di Antonello Cresti, che indicava la band tra le esperienze musicali più rilevanti degli ultimi cinquant’anni di storia delle musiche altre in Italia, dedicandole due pagine e una intervista. Alla fine di quell’anno, l’Asilo ospitò la presentazione del libro e ci invitò a suonare (le uniche cose che avevamo fatto dal 2011 come Illachime erano state appunto le musiche per alcuni video, in particolare quelli del regista francese Jeremie Basset per Amaco). Facemmo pochi pezzi ma ci prendemmo gusto e l’anno dopo decidemmo di partecipare al Grande Vento, la tre giorni aperta a tutti gli artisti che l’Asilo organizza da tempo; infine nel 2017, chiudemmo la seconda edizione di Mutiazioni, una rassegna di cinema muto sonorizzato dal vivo per la quale ci cimentammo con un incredibile film del 1921 diretto dalla salernitana Elvira Notari, la prima donna regista italiana (il film con la musica di Illachime registrata in quella occasione lo si trova sul nostro canale YouTube). A quel punto avevamo ripreso di fatto a produrre nuova musica e il passo successivo è stato quello di metterla su disco. Già era successo (e sarebbe successo ancora in seguito) che l’Asilo ospitasse registrazioni di dischi, per cui chiedemmo all’assemblea la disponibilità del teatro (che ha un’ottima acustica: nel missaggio gli ambienti della batteria sono rimasti sempre quelli naturali), ma il nostro desiderio era quello di una collaborazione più estesa, così nacque l’idea della coproduzione. Considerato quanto si profilasse impegnativo in termini di tempo e mezzi, per noi un lavoro del genere è stato possibile solo grazie all’accoglienza avuta da l’Asilo che, non va dimenticato, è uno spazio pubblico dedicato alla cultura diventato negli ultimi anni punto di riferimento e case study in Italia e in Europa, gestito in maniera aperta e collettiva secondo i principi delle creative commons (che noi seguiamo dai tempi di Sales, il nostro terzo album). In ambito artistico l’Asilo ha innescato processi di produzione e di sperimentazione artistica fondati sulla contaminazione permanente tra arti e saperi diversi che hanno ribaltato la concezione delle politiche culturali degli ultimi anni, ed è qui che il nuovo disco di Illachime è stato provato, registrato e presentato, avvalendosi della collaborazione di artisti e operatori che fanno parte della sua comunità solidale ed è stato prodotto grazie al crowdfunding lanciato attraverso i suoi canali comunicativi. L’anima della musica che ne viene fuori è impregnata dalle molteplici possibilità espressive generate da questo straordinario spazio di libertà che per 7 anni ha sostenuto costantemente la musica di ricerca, ha incoraggiato la nascita di formazioni inedite che hanno avuto modo di esprimersi e conoscersi proprio tra le tavole dei suoi palchi, ha ospitato maestri della musica internazionale e formato un nuovo pubblico sempre più ampio, eterogeneo e preparato.

Che rapporto avete con il mondo delle colonne sonore visto che ne avete realizzate alcune? Come prende forma la creazione di una colonna sonora per voi?

Gianluca: abbiamo un ottimo rapporto con le colonne sonore e con le sonorizzazioni!! Illachime Quartet è un gruppo attraversato da una grande passione per il cinema e questo aspetto ci ha caratterizzato fin dall’inizio. Cerchiamo di portare in primo piano le nostre emozioni nel processo compositivo e quando abbiamo un supporto cinematico, o comunque delle immagini, ci viene assolutamente naturale improvvisare e mettere giù idee compositive sulle quali poi lavoriamo in arrangiamento e nell’ambientazione sonora. Del resto stiamo portando in giro anche la sonorizzazione di E’ Piccerella di Elvira Notari, un’alternativa al nostro live consueto.

Come è nato e come si è evoluto fino ad oggi il progetto Illachime Quartet?

Gianluca: Illachime quartet nasce nel 2002 inizialmente in formato duo con Fabrizio Elvetico e Gianluca Paladino, ma già nel nome era orientato a una formazione di quattro elementi. Eravamo amici e dividevamo uno studio per produzione di sonorizzazioni conto terzi. Da lì abbiamo iniziato ad unire le forze e a mettere giù idee per il primo disco, l’eponimo uscito nel 2004. A quel tempo lavoravamo molto in pre-produzione usando tanta elettronica, campionamenti dal vero realizzati in proprio, senza rinunciare ad inserire piano, tastiere, chitarra, basso e batteria acustica. Poi abbiamo cominciato a portare live la nostra musica con musicisti che non erano stabilmente nella formazione. Nel 2009 abbiamo prodotto un secondo disco, I’m normal my heart still works, che vedeva la partecipazione di straordinari ospiti internazionali: Mark Stewart (Pop Group), Graham Lewis (Wire), Rhys Chatham, Salvatore Bonafede. Nel quartetto si era già integrato stabilmente Pasquale Termini al violoncello, mentre i batteristi continuavano ad avvicendarsi. Nel 2011 Fabrizio produce un nuovo cd, Sales, dove i nostri pezzi erano remixati da altri musicisti importanti, tra questi Schneider TM, Retina.it, FERC, Black Era, Mark Stewart. Nel corso degli anni abbiamo partecipato a due compilation internazionali per la Bip-Hop di Marsiglia e la Zaum Records di Dublino. Dal 2011 al 2016 abbiamo lavorato quasi sempre su musiche per video, documentari, cortometraggi, installazioni e performance e di questa produzione una parte è stata utilizzata per il nuovo disco. Dal 2015 abbiamo ripreso anche l’attività live con l’inserimento definitivo alla batteria di Ivano Cipolletta che nel corso degli anni aveva già suonato sia in studio che dal vivo con Illachime Quartet. Il resto come si dice è storia odierna…

Il vostro sound spazia tra generi e atmosfere spesso molto distanti tra loro, non ponendo limiti alla creatività. Quali sono le “stelle polari” dal punto di vista musicale che, direttamente o indirettamente, vi hanno aiutato a trovare la vostra via?

Gianluca: Una delle cose che ci ha caratterizzato fin dall’inizio è quella di non essere accostabile a nessuna band o corrente musicale specifica. Usiamo il termine free form per indicare la parte più improvvisativa presente nella nostra musica, che nel corso degli anni si è fatta sempre più importante, ma anche abstract punk per una certa attitudine alla rudezza furiosa propria del post punk, o avant jazz per le strutture di alcune composizioni. Poi per le “stelle polari” potremmo aprire un discorso veramente lungo che ci porterebbe dalla musica classica, all’avanguardia passando per l’hard core e il punk. Alla fine c’è comunque un filo conduttore musicale e sonoro che ci individua, però per scoprirlo dovreste venire a un nostro live.

Avete già in mente quella che sarà la resa dal vivo dei pezzi di questo album?

Fabrizio: il problema ce lo siamo già posto e ne abbiamo messo in pratica il risultato al concerto di presentazione di maggio a l’Asilo. C’è un solo modo per rendere dei pezzi nati per essere eseguiti da una big band senza big band: ripensarli radicalmente conservando degli originali una serie di elementi che vengono intesi come “materiale” da cui si pesca nell’ottica improvvisativa. In questo senso i pezzi della parte A e quelli della parte B trovano un punto di incontro che nel disco non c’è.

Su TuttoRock c’è una rubrica che si chiama “Consigli Per Gli Ascolti” dove all’interno di diversi contesti, vengono consigliati dischi ai nostri lettori. C’è qualche album nato appositamente come colonna sonora di cui vorreste raccomandarne l’ascolto?

Gianluca: Miles Davis – Ascenseur pour l’échafaud, per il film di Louis Malle del 1958
Fabrizio: ho amato alla follia Chinatown di Roman Polanski, e in particolare la colonna sonora di Jerry Goldsmith. Per il cinema italiano, oltre all’inevitabile Morricone, consiglio quelle di Piero Umiliani, per esempio la colonna sonora con Chet Baker per il film Smog del ‘62. Recentemente mi è piaciuta la cupissima soundtrack di Ben Frost per la serie tedesca Dark, un bell’esempio di musica fatta sulle variazioni di pochi elementi.

a cura di Francesco Vaccaro, 17/07/2019

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