Illachime quartet
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Filed under I'm Normal 2009, Recensioni

Geiger, recensione I’m Normal

(tradotto dall’originale danese)

I’m Normal, My Heart Still Works, ultimo album dagli italiani Illàchime Quartet (che, tra l’altro, non sono propriamente un quartetto, ma un trio corredato da diversi ottimi musicisti ospiti) è proprio quel che si può chiamare un grosso boccone. Il disco incomincia piuttosto tranquillo con il bellissimo brano di apertura ”terminali (source)”, che, con lo stile di tromba arioso di Rhys Chatham galleggiante su un malinconico piano e colpi di cello assieme a campionamenti dal Requiem di Faurè, potrebbe essere preso dal catalogo di minimalismo jazz meditativo della ECM. Segnalando, ad ogni modo, correnti elettroniche sotterranee cigolanti e inquiete, da potersi sicuramente aspettare piú che una morbida coperta di suono in cui avvolgersi.
In punta di piedi si scivola sulla traccia successiva, ”discentro”, in cui poi lo stile svolta, drasticamente, con uno scoppiettante e insistente space rock, dove Mark Stewart dei leggendari The Pop Group collabora alla voce. ”This song is dedicated to those who dare to be different” predica, e l’ Illàchime Quartet ne ha assolutamene il coraggio, ancor più dove la strana, deumanizzata e storpia creatura sulla copertina sta a enunciare: ”I’m normal, my heart still works”. Illàchime Quartet si muove ostinatamente all’esterno dello spartitraffico musicale. La scelta di vocalist come Mark Stewart e Graham Lewis (dei Wire) è embematica per la visione. Qui viene presa chiara ispirazione dai più sperimentali innovatori del rock, dal post-punk al kraut rock, al progressive dei ’70 e primi ’80. Ma qui ci sono anche ricchi riferimenti ai più grandi innovatori di composizioni avanguardistiche, di musica elettroacustica e di jazz come Miles Davis (che viene campionato in “Bottom Sea Enginesî).
Con l’eccezione dei due brani in cui collaborano Mark Sewart e Graham Lewis, il gruppo suona muisca strumentale. Si potrebbe quasi parlare di questi brani come di post-rock, ma nell’accezione di un post-rock dei più aperti dove gli elementi non sono irrigiditi in alcun formato, come purtroppo è il caso di tanti gruppi post-rock. Forse ha più senso chiamarlo avantgarde-rock. Illàchime Quartet si butta in un esperimento dopo l’altro, allo stesso tempo consapevoli della tradizione e coraggiosi. Un momento è sporco e pesante, e, in un altro, il gruppo fa uso di colpi letargici e lunghe pause. Osano sia lo scheggiato sia il bello, il nudo e il quasi opulento, ed è una grande forza per il gruppo, che non si sa mai bene come prendere.
Il trio è composto dal polistrumentista e maestro del campionamento Fabrizio Elvetico, dal chitarrista Gianluca Paladino e dal viloncellista Pasquale Termini. I nostri lasciano, comunque, molto spazio ad altre voci nel tessuto musicale, traendosi, a volte, quasi sullo sfondo per lasciare spazio alla tromba di Chatham o ai sopraenunciati interventi vocali, oppure campionando a piú non posso da musica classica, jazz e altre fonti sonore. Anche questo li distingue moltissimo dal solito musicista rock che ha fretta di mostrare di cosa sia capace. L’Illàchime Quartet ha, a tratti, quasi il ruolo di una sorta di curatore che raccoglie e mette insieme. Non ci dovrebbe, ad ogni modo, essere dubbio che siano loro stessi degli ottimi musicisti. Non di meno lo stile cellistico di Termini dimostra una ampia gamma di sfumature, da minimalistiche a quasi freejazzanti.
I’m Normal, My Heart Still Works è un disco che vuole molto e che osa molto. A volte, comunque, la musica acquista il carattere di una sorta di catalogo delle diverse ispirazioni e dei diversi eroi della band. Si tratta di sane ispirazioni, ma, forse, si sente la mancanza di un’identità un po’ piú distinta del gruppo stesso, qualcosa che tenga il tutto un po’ più legato assieme. La figura in copertina insiste, malgrado il suo scioglimento, sul suo essere comunque umana attraverso la piccola macchia rossa che rappresenta un cuore. L’Illàchime Quartet stesso sembra trovarsi egregiamente nel costante stato di emergenza della fusione, ma, qui e là, si sente mancare un suono piú distinto del cuore pulsante che è dietro tutte le trasformazioni. Io non ho dubbi che ci sia, perció lasciamolo illuminarsi un po’ di più.

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