Illachime quartet
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Filed under Recensioni, Sales 2012

Il Mattino, recensione Sales

Nel silenzio di un mondo acca­demico prigioniero di se stes­so come quello pop, si fa avanti una nuova musica made in Naples. Musica, non canzone, che non si vive di sole canzoni, che non sono canzoni quelle che fanno gli Slivovitz, Retina.it, K-Conjog, Marco Cappelli, che pure è dovuto emigrare a New York (ma giovedì è di scena al Maschio Angioino con il suo nuovo progetto, Italian Surf Academy), Vito Ranucci, il Tesoro di San Gennaro.
Non sono canzoni, e nemmeno semplici panorami sonori quelli che traccia l’Illachime Quartet: l’appena uscito «Sales» (Zeit Interference-Lizardrecords) celebra a suo modo i pri­mi dieci anni di un quartetto solo nel nome: è un ensemble che si muove, si compone e si decompone intorno ai fondatori Fabrizio Elvetico (piano, electronics) e Gianluca Paladino (chi­tarre), a cui si è aggiunto con il tempo Pasquale Termini (violoncello).
Se «Illachime Quartet», album d’esordio del 2004, segnava la strada nell’incontro-scontro tra il back­ground accademico di Elvetico e la ra­dicale deriva di un suono tendente al freejazzpuk, e nel 2009 «l’in normal, my hearts stili works» metteva a frutto le collaborazioni più che illustri di Rhys Chatham, Graham Lewis dei Wire e Mark Stewart del Pop Group, questo terzo ed remixa materiali pro­venienti da quelle due fatiche, e da al­tre tracce sparse in giro. Più che di re-mix, spiegano gli Illachime (dal latino «Inlacrime»:sostituendoalcunelette-re, diventa l’unione tra gli articoli il e la e i pronomi chi e me), si tratta di «di­versi punti di vista intomo alla nostra musica». Diversi perché affidati a ter­roristi sonici di diversa provenienza e caratura come Black Era, Greg Nielsen, SchneiderTM, Matter, Philippe Petit, Retina.it, Domenico Sciaino, Ferc, Pippo Barresi, Emanuele Erran­te e lo stesso Mark Stewart (il conclusi­vo «Gramsci on entertainment»).
Come era facile prevedere, l’arte del remix spinge verso l’elettroni­ca, e anche verso il ritmo, ma il sound non rinuncia alla propria inafferrabilità, passando da pieni a vuoti, da pianissimi a fortissimi, da stilemi più jazzistici a momenti vici­ni al glitch ed alle avanguardie digi­tali o post-rock. Non tutto è origina­le o centrato, ma è bello scoprire che qualcuno chiede ancora alla musica emozioni non scontate, strade non percorse. Musica libe­ra, elettroacustica, che rinuncia al­le parole, ma quando ne avverte la necessità arruola il Pasolini di «La guinea».

Federico Vacalebre

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